Steph Curry: I Love This Guy

Non so cosa abbiate fatto di particolare in questa settimana. Nel mio caso, direi il solito. Un viaggio, molti film, qualche libro, qualche intervista, parecchi articoli scritti e qualche video registrato. Lo stesso per Steph Curry, numero 30 dei Golden State Warriors, campioni in carica dell’NBA e attualmente, con un record di 53 vinte e 5 perse, più che in linea per eguagliare o superare il record di 72 vinte e 10 perse, messo a segno dai grandi Bulls di Michael Jordan nel 1996. Quello che sembrava un obiettivo impossibile, a un passo. Il tutto, grazie a uno scrocchiapezzi sempre in movimento, che tira più veloce di un canguro, palleggia ovunque, gioca con la spensieratezza mai distratta di un fenomeno.

La settimana di Curry, vi dicevo. È partita lunedì ad Atlanta, con una vittoria sugli Hawks e 36 punti segnati. Mercoledì e giovedì al lavoro in Florida, prima a Miami e poi la sera dopo a Orlando. Due vittorie, come sbagliarsi, e un bottino personale di 42 e 51. Poi ha giocato ieri notte, ma di questo parlerò più avanti. Torniamo a lui, a Curry.

Non si era mai visto un giocatore di altezza (relativamente) normale, pieno di fasciature a ginocchia e caviglie, risultare così decisivo, vicino a realizzare la triplice: + del 50% dal campo, + del 40% da 3 e + del 90% ai tiri liberi. Una cosa pazzesca, così come vedere i Warriors non accontentarsi dopo la vittoria dello scorso anno, quando tutti dicevano che ai playoffs avrebbero ceduto, che non si poteva vincere giocando a mille all’ora, con tutti quei tiri da 3, che quando conta le partite e le serie si vincono a metà campo. Neanche Mike D’Antoni, con gli splendidi Phoenix Suns di Steve Nash e dei 7 seconds or less, ci erano riusciti. Invece no, invece nella California settentrionale stanno scrivendo la storia del basket, cambiando lo sport più emozionante che c’è.

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Uno sport in cui chi attacca deve anche difendere, in cui il duello individuale è importante, ma meno della capacità di ognuno di muoversi in ritmo con il resto della squadra, di aiutare il proprio compagno, in una fusione inarrivabile di io e noi, I and We. Nei Warriors c’è Steph Curry, figlio e nipote d’arte a cui al massimo si prevedeva un futuro da tiratore, mentre è diventato il dominatore tecnico di questo sport con una completezza e pulizia tecnica uniche. Scrivo queste righe appena dopo aver visto la straordinaria partita contro gli Oklahoma City Thunder della coppia Russell Westbrook e Kevin Durant.

Proprio quest’ultimo, in un’intervista mandata in onda durante la partita, ha sintetizzato, nelle parole, ma ancor di più nello sguardo, il suo stato d’animo. Ha detto che tutti, anche la nonna, hanno sentito parlare di quello chedi grande stanno facendo i Warriors (e gli Spurs). Nei suoi occhi il rammarico di un 2.10 con braccia infinite, una classe assoluta, ma senza quella polvere magica che fa di un campione un trascinatore della squadra, uno capace di alzare il rendimento dei compagni, fino a vincere il titolo. Quello che Michael Jordan non era stato per i primi anni della sua carriera, così come LeBron James. Sì, perché i Thunder sono gli eterni incompiuti; ogni anno dovrebbe essere quello buono, ma infortuni o alchimia, poi finiscono sempre senza anello al dito.

Steph Curry, invece, è fatto di un altro materiale: duro come il granito e flessibile come Mister Fantastic. I Warriors saranno da studiare fra qualche anno: la loro parabola, l’affiatamento non scontato, sono cinema puro. Del resto lo è stata anche la partita di sabato sera. Partono male, i Thunder giocano in casa e si gasano, con il pubblico che li carica. Nei Golden State da 3 non la mette nessuno, con la nobile e solita eccezione di Curry. Ma si infortuna alla caviglia, con una caduta proprio brutta. Torna negli spogliatoi, ma poi rientra, segna 12 triple, arriva a 286 tiri da 3 in stagione, battendo il suo record, tra cui quella della vittoria, nel supplementare, con un tiro da poco oltre metà campo. La cosa folle è che ormai ci ha abituato, non ci stupiamo neanche troppo: la tira con una naturalezza da brividi.

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Quando lo vedo palleggiare a velocita supersonica, e poi in frazioni di secondo portare la palla in alto e spezzare il polso con un tiro tecnicamente splendido e compatto… devo dirvi che a me, per un tempo altrettanto infinitesimale, si ferma il cuore. Mi lascia senza fiato, come il Grand Canyon, il David, un monologo di Sorkin, la sequenza flashback di Up o il décolleté di Morena Baccarin. È arte, è il bello.

Una volta lo slogan della NBA – fra l’altro la lega sportiva più cresciuta negli ultimi 20 anni – era I Love This Game. Ora, bisogna dire tutti: I Love This Guy. Si chiama Steph, e il prescelto ormai è lui. Vederlo giocare è uno dei privilegi di vivere in questi anni, godiamocelo.