Oscar, ti presento David

La cerimonia di premiazione dei 60° David di Donatello dovrebbe spingere alla disperazione professionale la Rai. Come altrimenti commentare la sagra paesana che ci hanno propinato come inevitabile per una vita e mezza, ottenendo risultati in termini di ascolto poco più lusinghieri di quelli, magari ridotti ma compatti e in target, ottenuti nella prima edizione targata Sky? Possibile che i mezzi della tv di stato non potevano ottenere di meglio?

In realtà il problema, che rimane in parte anche dopo ieri sera, è la vetusta e sclerotica struttura dell’Accademia del cinema italiano. Unica soluzione? Ringraziare il dictator unico dal ’58 Gian Luigi Rondi, che a 94 anni sarebbe il caso si facesse da parte, e portare definitivamente a compimento un rinnovamento sostanziale del maggiore premio cinematografico nazionale. Non ne faccio (solo) una questione di età, ma pur cercando di identificarci con la specificità di quegli anni, chi dichiara serenamente “invitavo quelli che mi piacevano, privilegiando naturalmente i miei amici”, è bene che prenda atto che i tempi sono cambiati. Almeno speriamo che la meritocrazia sia di moda, visto che, ce lo ricorda sempre lui nella stessa intervista a Mereghetti sul Corriere, all’epoca non lo era.

Qualche anno fa si pensò di dover rimpolpare il numero dei giurati, arrivando a 5000 circa, scimmiottando l’Academy. Il problema è che per farlo sono stati cooptati un mucchio di personaggi che con il cinema non c’entrano niente e che, soprattutto, finiscono per vedere quattro film in croce all’anno. Per serietà, poi, basta con il numero di nomination variabile per motivi misteriosi, anche perché con tutti quei votanti sarà mai possibile arrivare a 7 candidate per miglior attrice, quindi addirittura tre ex aequo? Scelte chiare, regolamenti non flessibili, e già un passo ulteriore sarebbe compiuto.

Detto dei problemi, finalmente ieri sera la cerimonia è stata gradevole, produttivamente ben confezionata. Finalmente il buon vecchio David possiamo presentarlo a Oscar, César e anche al benemerito señor Goya. Senza paura di sfigurare, visto che è decisamente più bello, almeno di César, che sembra una tanica di nafta. Da quest’ultimo, però, prenderei l’idea della categoria miglior speranza, maschile e femminile, cornice ideale in cui onorare un’interpretazione (ma indirettamente un film) che ha avuto un ruolo importante, magari di rottura. Come dire, sullo slancio emotivo del momento potrei dare un premio eccessivo alle Ilenia Pastorelli della situazione, per cui ecco miglior speranza pronto, salvaguardando così anche lo sguardo a distanza di tempo e l’albo d’oro. Per intenderci, se poi dimostrano di avere qualità di spicco, nel tempo, c’è sempre modo di dare loro il premio principale, come spesso successo nel cinema francese.

Efficace Cattelan – nonostante fosse troppo legato al gobbo e un po’ robotico – così come le grafiche e i bei montati preparati da Sky. Scaletta praticamente ricalcata sugli Oscar, nella modalità di utilizzo di grafiche, spezzoni registrati, con tanto di voce fuori campo sul cursus honorum del vincitore. Ma in fondo giusto così, copiare dai migliori è saggio.
Divertente il siparietto iniziale con Sorrentino in missione per conto del cinema, il soffitto del cuore. Di gran lunga miglior attore, ma lo aveva già dimostrato in Boris. Eccolo qui sotto

Meno riusciti gli altri siparietti dei The Jackal, che personalmente non ho mai considerato particolarmente divertenti, né in grado di rendere al di là del breve sketch più o meno riuscito. Ma lo scopriremo presto, visto che ci aspetta il loro film, come farne a meno.

Riguardo ai premi, così come agli Oscar e ai César, ha vinto un film capace di mettere d’accordo tutti, senza troppi spigoli, ma sufficiente per non far vergognare il vostro giurato medio. Perfetti sconosciuti è una delle sorprese dell’anno, davvero un buon film, ma non meritava la vittoria. Ben ricompensato Garrone, a scapito di Youth e Sorrentino, mentre Non essere cattivo aveva già ottenuto molto con le candidature e la (sbagliata) candidatura per gli Oscar. È un buonissimo film, ma mi sembra che il legame emotivo di molti analisti e addetti ai lavori con il compianto Caligari li abbia portati a vedere un capolavoro laddove non c’è. Le accoglienze meno coinvolte a Venezia e all’estero lo dimostrano.

Ridicole le vittorie di Ilenia Pastorelli e, ancor di più, Antonia Truppo (ma nominare la Weisz o Jane Fonda?), come attrici dell’anno dal troppo premiato Lo chiamavano Jeeg Robot. Lo dice chi l’ha molto amato, ma portarlo così in resta mi sembra la reazione di una giuria che lo ha percepito acriticamente come “il nuovo” che bisognava votare per non sembrare out. Anno valido, comunque, per il nostro cinema, su cui costruire una varietà che produca insieme al cinema d’autore, e alle commedie da grande pubblico, anche prodotto di genere, vicino a quella fascia giovane di pubblico che il cinema italiano non lo va a vedere. Mi sono piaciuti i discorsi sobri e consapevoli di Genovese e Garrone, ma anche Sorrentino con la sua auto ironia; potrebbe essere proprio a partire da questa rinnovata capacità di rispettarsi nella grande diversità che si possano costruire anni di crescita su basi più solide, industriali, e meno espisodiche.

Qui trovate dal sito di Sky i video con i momenti migliori della serata.